Feng Shui nella progettazione architettonica: cosa è emerso dall’incontro OASI a Milano

Luca Maria Lavezzi durante l'intervento sul Feng Shui nella progettazione all'incontro OASI di Milano

Portare il Feng Shui nella progettazione davanti a una sala di tecnici è sempre una prova. Il 30 settembre ho tenuto il mio intervento all’incontro organizzato da OASI – Officina di Architettura Sostenibile e Innovativa, all’Aspria Harbour Club di Milano. In sala c’erano oltre quaranta persone: architetti, ingegneri, imprese edili, artigiani, showroom di arredo, general contractor. Gli organizzatori hanno raccontato dal palco che in poco più di un anno la rete è cresciuta fino a contare circa 1.200 tra professionisti e aziende, un numero che dice bene quanto il settore senta il bisogno di confrontarsi.

La serata ha visto anche l’intervento dell’avvocato Andrea Mingione sui rischi penali nelle imprese edili e quello di Manlio Mannozzi di New Time sulle tecnologie applicate al vetro fotovoltaico. Tre temi apparentemente lontani, uniti da una domanda comune: cosa significa, oggi, costruire bene.

Quello che mi interessa raccontare qui non è la cronaca della serata, ma le reazioni. Perché sono state diverse da quelle che mi aspettavo, e dicono qualcosa su come il nostro settore sta cambiando.

La variabile che non misuriamo

Ho aperto l’intervento con un elenco: trasmittanza, ponti termici, classe energetica, blower door test, requisiti acustici, CAM, LCA dei materiali, emissioni di CO₂. Su tutto questo il nostro settore è diventato bravissimo in vent’anni, ed è giusto così.

Poi ho chiesto alla sala dove fosse, in quell’elenco, la persona.

Non c’è. Certifichiamo l’involucro con una precisione altissima e dell’esperienza di chi in quell’edificio ci passa la vita non sappiamo dire praticamente nulla. E non è un dettaglio marginale: i dati disponibili indicano che trascorriamo intorno al novanta per cento del nostro tempo dentro spazi chiusi, cioè dentro qualcosa che qualcuno di noi ha disegnato.

Detto nel linguaggio che oggi usano fondi e grandi committenti: quando si parla di ESG, tutto il settore delle costruzioni lavora sulla E. Ambiente, energia, emissioni, materiali. Su quella lettera abbiamo protocolli, metriche, certificazioni e professionisti dedicati. Sulla S, la dimensione sociale, cioè l’impatto sulle persone, i progettisti non hanno quasi nessuno strumento operativo. Abbiamo sensibilità personale e buone intenzioni, che non è la stessa cosa di un metodo.

Quel vuoto qualcuno lo sta già riempiendo: il protocollo WELL cresce da anni esattamente lì, e il biophilic design è entrato in capitolati di committenti che dieci anni fa ci avrebbero riso in faccia. La domanda di mercato si sta spostando. La questione è chi progetta il benessere di chi userà lo spazio, e con quale metodo.

Sala dell'incontro OASI all'Aspria Harbour Club di Milano con il pubblico di professionisti
Oltre quaranta professionisti all’Aspria Harbour Club

La sorpresa: si parte dal layout, non dall’arredo

La reazione che non mi aspettavo è stata questa. Molti in sala erano entrati pensando che il Feng Shui fosse un argomento secondario, decorativo, qualcosa che si aggiunge a progetto finito. E hanno scoperto che il lavoro comincia molto prima: dallo studio di fattibilità e dal layout.

È il malinteso più diffuso in Italia, e capisco perché esista. Per anni il Feng Shui è stato raccontato come una questione di colori, specchi e oggetti portafortuna. La disciplina vera è un’altra cosa: un protocollo di analisi codificato che valuta orientamento, sito, contesto costruito, forme, percorsi e distribuzione. Si applica a una pianta, produce decisioni progettuali tracciabili, e un altro consulente formato allo stesso modo arriverebbe a conclusioni simili.

In pratica le famiglie di valutazione sono tre. Orientamento e sito: esposizione, venti dominanti, acqua, morfologia del terreno, rapporto con il costruito. È analisi del sito prima che si chiamasse analisi del sito, codificata quando non esistevano né i diagrammi solari né le simulazioni fluidodinamiche. Forme e contesto: cosa hai intorno e come ti condiziona, perché una finestra che si affaccia su un muro cieco a due metri, in termini di esperienza, non è una finestra. Distribuzione ed esperienza: percorsi, soglie, proporzioni, ritmo.

È la terza che si sovrappone di più al lavoro quotidiano di un progettista, ed è anche quella in cui le decisioni pesano di più, perché sono decisioni murarie. Dopo non si torna indietro.

Un caso reale: una clinica svizzera di medicina preventiva

Ho portato in sala un progetto su cui ho lavorato come progettista e come consulente Feng Shui: la ristrutturazione completa del primo piano di una clinica svizzera di medicina preventiva sul lago di Ginevra, in collaborazione con lo studio di architettura, l’impresa, la direzione lavori e la committenza.

L’incarico ha riguardato gli interni nel loro insieme: distribuzione, materiali, colori, luce in coordinamento con il progetto illuminotecnico, arredi e cinque bagni progettati uno per uno. In venti minuti non si racconta un intervento del genere, quindi ho scelto di aprirne a fondo una sola decisione, perché è quella che spiega meglio di tutte come lavoro.

Tutto il piano è governato da un corridoio lungo e rettilineo, che distribuisce ogni ambiente e che non si poteva spostare perché la struttura è quella.

Un corridoio così ha un problema che non compare in nessun computo metrico: chi lo percorre accelera. Lo spazio gli dice di andare da qualche parte, e lui va, veloce, senza guardare niente. Le porte a destra e a sinistra diventano tutte uguali, gli ambienti perdono identità, e si arriva a destinazione con il passo di chi sta attraversando invece che di chi sta entrando. In una struttura dove le persone vengono per rallentare, è esattamente il contrario di quello che serve.

La soluzione non è stata aggiungere partizioni, ma lavorare sulla pavimentazione: il corridoio non ha un rivestimento continuo, è scandito. Serve a spezzare la linea, a dare al piede e all’occhio delle tappe, e quindi a far rallentare chi percorre senza mettergli davanti nessun ostacolo fisico. Insieme a questo abbiamo lavorato sul trattamento delle soglie, perché ogni passaggio fosse percepito come un passaggio e non come un giunto tecnico, e sulla distinzione delle aree, perché funzioni diverse fossero leggibili come diverse ancora prima di entrarci.

Sullo stesso piano, non tutte le pareti sono trattate allo stesso modo: alcune sono verdi, altre no. E non esiste nessuna regola d’arredo dietro quella scelta. Non è vero che tutte le pareti dietro al letto sono verdi. Ogni superficie è stata decisa in base alla posizione che occupa all’interno del piano, secondo i criteri della disciplina. È la differenza tra un metodo e un gusto personale, ed è verificabile guardando la pianta.

Le tre domande che mi hanno fatto i progettisti

A fine serata, durante la cena, sono arrivate tre domande ricorrenti. Le riporto perché sono le stesse che mi vengono poste in studio, e meritano una risposta chiara.

Si applica anche a palestre e centri fitness?

Sì, e in modo particolarmente interessante. Negli spazi dedicati al movimento e al benessere la qualità dell’esperienza è il prodotto, non un accessorio: chi entra in una palestra, in una spa o in un centro wellness ci torna o non ci torna in base a come ci si sente. Percorsi, soglie, rapporto tra zone attive e zone di recupero, posizione degli spogliatoi e delle aree umide sono tutte scelte che incidono sul comportamento di chi frequenta. Vale lo stesso per hotel, strutture ricettive e sanitarie, che sono il segmento su cui lavoro più spesso.

Come lo propongo alla mia committenza?

Non come disciplina, ma come criterio. Un committente non compra il Feng Shui: compra il fatto che le scelte di layout, materiali e luce siano motivate e spiegabili, invece di essere questione di gusto. Chi lavora su residenziale di fascia alta, ricettivo o sanitario ha inoltre un argomento commerciale concreto: un hotel che sa raccontare perché ci si dorme meglio ha qualcosa che il concorrente non ha, e un developer che parla di wellness real estate ha bisogno di sostanza oltre alla brochure.

Quanto incide sul budget?

La domanda in sala era posta bene: non quanto costa l’intervento, ma quanto costa in più il consulente. La risposta onesta è che dipende dalla fase. Coinvolto in fattibilità o sul layout di massima, l’incidenza è marginale rispetto al progetto e il margine di intervento è massimo. A opere murarie finite, con le tracce fatte e i massetti gettati, il rapporto si rovescia: si spende di più e si ottiene meno, perché non si fa più progettazione, si fanno compromessi.

Slide sulla divisione del lavoro tra committenza, studio di architettura, consulente Feng Shui, direzione lavori e impresa
La divisione dei ruoli sul progetto della clinica svizzera

Non sostituisco nessuno

È il punto che in sala ha chiarito di più, e che molti mi hanno detto di aver capito solo ascoltandolo.

Quando c’è già uno studio di architettura, il progetto resta dello studio. Io entro come entra un acustico, un illuminotecnico o un esperto antincendio: porto una competenza specialistica su un pezzo, dentro il processo e non contro il processo. La committenza porta obiettivi e budget, lo studio tiene il progetto e la sua coerenza, io fornisco criteri su distribuzione, materiali, colore e luce, la direzione lavori e l’impresa traducono tutto in cantiere.

Quando invece è il committente ad arrivare direttamente, posso seguire progetto, cantiere e fornitura. Sono due mestieri diversi e non li mescolo.

Perché una serata così conta

Alla cena ho parlato con ingegneri, architetti, titolari di showroom di arredo, un pittore edile certificato e un general contractor. Sono i mestieri che si incontrano in cantiere tutti i giorni e che raramente si siedono allo stesso tavolo per ragionare di metodo invece che di preventivi.

Quello che mi porto a casa è che il tema del benessere di chi userà l’edificio non è più percepito come accessorio. È percepito come un valore aggiunto che si può raccontare al committente, e come una competenza che in questo momento pochi hanno. Dieci anni fa una serata così sarebbe finita diversamente.

Ringrazio OASI per l’invito e Corrado Rocchi per l’organizzazione.

I relatori dell'incontro OASI con l'organizzatore Corrado Rocchi
Con Andrea Mingione, Manlio Mannozzi e Corrado Rocchi

Sono Luca Maria Lavezzi, il primo consulente Feng Shui italiano riconosciuto dalla IFSA – International Feng Shui Association. Con una formazione in ingegneria e architettura, unisco competenze tecniche e visione olistica per armonizzare gli spazi abitativi e professionali. Coordino un team di esperti nei settori dell’edilizia e dell’interior design e offro consulenze Feng Shui per case, uffici e luoghi di lavoro.
Insegno presso l’Accademia di Naturopatia A.N.E.A. e condivido il mio approccio attraverso pubblicazioni, articoli su riviste specializzate, blog, e interventi in trasmissioni radiofoniche e televisive. Il mio impegno è diffondere un Feng Shui autentico, concreto e accessibile.

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